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Pietrarubbia, dove il Montefeltro si racconta.

Borghi Magazine Community Pietrarubbia, dove il Montefeltro si racconta.

Allo sguardo tradito dalla distanza paiono fratelli, fratelli dai volti troppo simili per non essere confusi. Avvicinandomi comprendo tuttavia il tiro mancino giocato dalla natura ai nemici d’un tempo, e oggi a me: su un’altura se ne sta ciò che resta di una delle rocche più importanti dell’antico Ducato d’Urbino, quella di Pietrarubbia, sull’altra, di rimpetto, un agglomerato roccioso talmente bizzarro da guadagnarsi l’appellativo di piccola Stonhenge italiana e sembrare un fortilizio. E’ Pietrafagnana, luogo da brividi, che nella brutta stagione al primo colpo d’occhio convince i più a starsene alla larga. Da quelle parti l’unico ospite gradito parrebbe il vento, vento che non smette mai di spazzare le pietre e i pochi arbusti intestarditi alla vita, cresciuti qua e la come per una sfida.

Osservo per un momento da lontano quei sassi rossastri, dalle dimensioni del tutto fuori dall’ordinario. Il vago senso di irrequietezza che ho in testa guizza giù dalla nuca, percorre la spina dorsale come un minuscolo, velocissimo rettile e mi provoca un leggero scossone alle spalle, e poi alla testa. Stacco gli occhi e i pensieri da Pietrafagnana e prendo la strada che mi porta al castello.

Ad accogliermi il borgo fuori le mura, un abitato tirato a lucido come una giovane ragazza nella sala d’aspetto d’una casa di moda, dove il centro di Trattamento Artistico dei Metalli voluto dall’artista Arnaldo Pomodoro, la bella Chiesa di San Silvestro, un museo e una locanda sono riusciti a ritagliarsi un proprio spazio. Eppure, scopro, il capoluogo comunale non ha residenti: sono tutti scappati da basso, nella più comoda e meno carismatica frazione di Mercato Vecchio. D’altra parte un centro nato per la guerra non ha mai vita facile in tempo di pace. Però qualcuno nel villaggio lo si trova sempre, qualcuno spinto ad arrampicarsi fin quassù dalla curiosità, o più spesso dalla nostalgia.

La parte più antica e suggestiva del luogo è tuttavia ancor più su. E’ la Torre del Falco, tutto ciò che rimane di un fortilizio dichiarato inespugnabile nel XIV° secolo. Aspramente conteso da Malatesta e Montefeltro, il feudo finì definitivamente nelle mani di questi ultimi nel 1463, quando la signoria riminese era ormai prossima alla fine.

Brandelli di mura imbevute di sangue e storia, di una storia vecchia un millennio, sono quelli su cui goffamente m’inerpico. Timoroso di un piede in fallo, guardo sotto: da quassù le poche abitazioni nella valle sottostante paiono lontanissime, minute come briciole di pane. Mio Dio, mi chiedo cosa dovesse passare per la testa di un nemico medioevale, lì in fondo il dirupo, all’idea di doversi misurare con un castello di tale prodigiosa potenza.

Mi ritiro cauto dalla sporgenza sulla quale, povero matto, mi sono andato a ficcare. Ho ancora le vertigini. Mi siedo. Alle orecchie arrivano un abbaiare di cani e il frusciare dell’erba secca sotto passi pesanti. Dal sentiero sbuca un signore sulla sessantina, magrissimo, avvolto in un camicione di flanella come un palo nella sua bandiera.

“Non si può prendere niente” mette subito in chiaro.

“Non si stia a preoccupare” dico, “la sua rocca gliela lascio per intero”.

Mi squadra dal capello più alto fino all’alluce. La smorfia che ha sulla faccia gradualmente si scioglie, ma non riesce ad arrivare del tutto alla forma di un sorriso. Poi fischia e richiama a sé i cani. Tira fuori del formaggio da un borsello e ne taglia due pezzetti che lancia agli animali. Con un cenno mi fa capire che se ne voglio non ho che da chiedere, ma scuoto la testa e ringrazio.

Ci stavano i Montefeltro qui” mi informa. “Bello, vero?”.

Uomini e donne del Ducato d’Urbino sono così, attaccatissimi alla loro terra assieme aspra e splendida e, da brava gente di confine, sempre attenti a non farsi fregare dal forestiero. Pare che un gene si sia tramandato, almeno in parte, di generazione in generazione: un gene che vuole le persone poco propense a inchini e convenevoli. Insomma, non la vogliono troppo lunga in queste sperdute zone d’Appennino, e le mosche dal naso tendono a togliersele alla svelta, prima che diventino un vero e proprio fastidio. Lo capì a sue spese Oddantonio, primo duca d’Urbino, quando un bel mattino del luglio 1444 i sudditi prematuramente stanchi delle sue angherie forzarono le porte del bel palazzo, lo tirarono fuori già mezzo morto di paura da sotto il letto e, a roncolate, gli fecero rendere l’anima a Dio. Analoga sorte, qualche tempo prima, era toccata ai Brancaleoni nella vicina Urbania.

E Pietrarubbia? Sì, anche lei ha avuto la sua strage nobile. Era il 1299 quando Corrado, Signore del luogo, venne trucidato da una popolazione inferocita che non ne risparmiò neppure la famiglia. La tradizione spiega proprio con questo fatto di sangue l’insolito colore rossastro che presenta la pietra locale.

Ma gli abitanti di questo incantevole fazzoletto di terra tra Romagna e Marche sanno anche essere leali, sinceri: qualità anch’esse evidentemente comprese nello stesso gene di cui sopra. E a tal proposito mi va di ripescare dalle cronache un fatto avvenuto agli inizi del ‘500, quando Cesare Borgia entrò con l’inganno nelle terre dei Montefeltro, occupandole. Non furono spade e balestre a rivoltarsi contro l’usurpatore, ma roncole e forconi: quelli dei contadini. Fu San Leo, al grido di “Feltro! Feltro!” il primo borgo a ricacciare fuori la porta le milizie dell’infidissimo nemico. Ben presto, il focolaio divenne incendio indomabile e si propagò per ogni paese, piazza, via del Ducato. Guidobaldo, regnante sfortunato e gentile, indovinando un ritorno del temibile Borgia, fece demolire le fortificazioni più formidabili affinché lo strapotente rivale non potesse più impossessarsene. E a coloro che lo accusavano di pazzia, l’ultimo dei Montefeltro mandò a dire che “non esiste rocca più forte del cuore della mia gente”.

Non ci si lasci dunque ingannare dalle apparenze: le maniere brusche durano poco e la diffidenza la si annega facilmente in qualche chiacchiera o, meglio ancora, nel vino buono di un’osteria.

Seduti su di un erba gialla, umida e alta, io e il proprietario della camicia di flanella parliamo. Parliamo fino a che il cielo prende a virare sul rosa prima e sul viola poi. Le pupille del mio interlocutore rotolano fino a Pietrafagnana. Ora è meglio andare, dice. Il suo volto d’un tratto è tornato serio, tirato.

Mi domando se è preoccupato dal dover percorrere al buio la strada del ritorno, una sorta di mulattiera dove le buche sono più profonde dell’anima d’un santo o, piuttosto, se a turbarlo non sia la leggenda del Dito di Lucifero. Sì, perché sul conto della piccola Stonhenge nostrana che adesso si staglia nel crepuscolo dinnanzi a noi, la fantasia popolare si è proprio sbizzarrita: in effetti, lo strano mucchio di rocce in lontananza può ricordare un fortilizio, oppure una mano immensa. Mano che la leggenda identifica come quella dell’Angelo del Male, che proprio in questo lembo di terra del Montefeltro sarebbe stato scagliato dal Creatore al momento del tradimento. Il masso più allungato del complesso, simile ad una torre, sarebbe l’indice di Lucifero che punta verso il cielo e parrebbe voler lasciare intendere che i giochi tra bene e male non siano ancora chiusi.

Accarezzo i cani e saluto l’uomo con una stretta di mano, poi mi avvio anch’io verso l’automobile. Oggi ho messo nello zaino una storia nuova, una storia che non vedo l’ora di raccontare.

Pietrarubbia e Pietrafagnana, il Paradiso e l’Inferno a un tiro di schioppo l’uno dall’altro, dove la meraviglia possiede un impareggiabile fascino sinistro. Buona visita!

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