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L’Alta Via Flaminia

L’Alta Via Flaminia

L’ALTA VIA FLAMINIA - REGIONE MARCHE

I tappa: Sulle tracce di Roma

Ponte Grosso sullo sfondo della Serra del Burano in Località Pontedazzo.

Pontericciòli (Cantiano). A debita distanza, il gatto ti guarda sospettoso. Non sembra abituato a vedere estranei. La località archeologica deve essere poco battuta. Le indicazioni ti accompagnano fino a una casa contadina. Procedi quindi a piedi, lasciandoti alle spalle il chiocciare delle galline. Il risicato sentiero si addentra nel fogliame. Difficile pensare qui all’antica Via Flaminia. Eppure dopo un centinaio di metri compare il selciato romano. Isolato da una staccionata di legno, prosegue sopra il ponte Tre Archi. La struttura traccia un ampio semicerchio tra la sottostante radura e la superiore collina. I fili d’erba spuntano dalle lucide pietre squadrate. In un ambiente suggestivo, la nascosta area rurale è quasi una forra circondata dai rilievi appenninici. Come un incastro di costruzioni Lego o un pezzo di autopista Playmobil, in formati giganti, dal nulla al nulla la strada attraversa i fornici augustei del ponte. La raffinata opera ingegneristica spunta dalla terra e muore nella terra. È come scoprire una civiltà sepolta da 2200 anni e vedere quella superficie levigata dal consumo. Circondata da altri resti di ponti, chiavicotti e sostruzioni, l’Alta Via Flaminia inizia da questo spettacolo paesaggistico. Percorso. Da Pontericciòli si riparte superando Cantiano. Sulla nuova e trafficata Via Flaminia, in località Pontedazzo, il segnale è chiarissimo: ponte romano. Svoltiamo parcheggiando subito dopo, lungo il torrente Burano. Per ammirare l’imponenza del Ponte Grosso, in adeguata stagione, si può scendere sulla pietraia che contorna il letto fluviale. Duplici arcate di 7 metri si stagliano sulla splendida Serra di Burano. La piccola conformazione montuosa divide il bacino del Tevere, che raggiunge il Tirreno, da quello del Burano, che scivola in Adriatico. Il Parco naturale Bosco di Tecchie con cerri e faggi ricopre le alture. Si prosegue verso Cagli. L’isolamento del ponte Tre Archi fa da contraltare all’intasamento urbano del Ponte Mallio. Anch’esso ha perso la centralità viaria, ma il nuovo viadotto cittadino lo rasenta a pochi metri in uno strano confronto tra pietra e mattoni. Buona parte della struttura è interrata, l’utilizzo è marginale, ma vale la pena apprezzarne la bellezza. Ripresa la nuova Flaminia si esce seguendo l’indicazione Furlo. Il Viadotto di San Vincenzo, di epoca augustea, è nei pressi dell’omonima chiesa abbaziale. Il complesso archeologico confina con la strada. Aveva lo scopo di riparare la via romana dalle piene del Candigliano. Prima di proseguire ci attende una sorpresa: esisteva anche un’altra Flaminia. Facciamo un passo indietro.

II tappa: I Vurgacci del Potenza

Pioraco. Il panorama della Croce sembra scivolato dalle Dolomiti. Sotto il paese appare incassato tra i monti Primo e Gemmo. Le due pareti rocciose sovrastano l’abitato rasentando le case, i campanili, la rinomata cartiera. Come le tende di un teatro, schiudono la visuale sulla rigogliosa valle del Potenza.  A Pioraco però il fiume si ingarbuglia. Dal bel parco urbano si era già notato il singolare incrocio di corsi d’acqua. Il Potenza proviene dal vicino Monte Pennino ad ovest. Davanti alla chiesa di San Francesco il torrente Scarzito vi si immette da sud, appena prima che il Potenza pieghi a nord. Attraversando il bel ponte Marmone, originariamente romano, aggira il paese. Prima lo vedi arrivare placido da Fiuminata. Poi lo scorgi uscire pacato verso Castelraimondo. Ma nei boschi che sfiorano le case succede qualcosa di magico. Come un orco, si attorciglia in turbolenti vortici, da cui il dialettale vurgacci. Per ammirarli, dal belvedere si scende per l’apposito sentiero. Il percorso pedonale si snoda per 500 metri all’ombra degli alberi fino alla cartiera, che sfrutta la forza delle acque per la sua produzione. Mentre se ne avverte lo scrosciare, si procede lungo un percorso organizzato che segue e attraversa le sponde del fiume. Una splendida cascata precipita per dieci metri sopra una passerella di legno, un’altra forma un invitante laghetto 100 metri più avanti, un’altra ancora fa capolino da dietro una forra. E intorno rocce a picco, grotte e anfratti, piante acquatiche, muschi e licheni. Ci si dimentica di essere a pochi metri dal paese. Non troverete gli orchi ma fate caso ai mostri, grottesche sculture realizzate sulla pietra dall’artista Antonio Ciccarelli. L’itinerario è percorribile anche all’inverso, ma solo da aprile ad ottobre. Percorso. Vecchia sede stradale dell’an-tica via Flaminia: la targa sulla lastra montana, vicino all’indicazione per i Vurgacci, è appena fuori Pioraco. Con-ferma che la Flaminia aveva una variante meridionale. Partiva da Nocera Umbra e raggiungeva San Severino Marche. L’attuale via Septempedana, riferita al nome latino di quest’ultima, attraversa il confine umbro-marchigiano e tocca l’Adriatico ad Ancona. Da questo porto si ricongiungeva al ramo principale di Fano. Lasciando Nocera Umbra, il cartello di benvenuto nell’alta valle dei fiumi Potenza e Scarzito arriva subito dopo il confine umbro. Da Pioraco, stazione romana, si segue la Flaminia meridionale fino a Castelraimondo. Da qui si piega verso nord per assistere ad un altro spettacolo della natura e dell’uomo: Frasassi. Soste consigliate a Matelica, Esanatoglia e al Monte San Vicino.

III tappa: Le originarie grotte di Frasassi

Chiesa della Beata Vergina di Frasassi o Tempio del Valladier

Genga. Ringraziate chi vi ha accompagnato senza anticiparvi nulla. Se l’avete maledetto per la ripida salita di 700 metri, all’ultima svolta del lastricato viottolo, appena evitato un maligno spunzone di roccia, rimanete in silenzio mentre superate il piccolo cancello: la visione ha l’incanto delle cose mai viste. Una chiesa, neoclassica, è dentro la prima grotta, l’altra rupestre è a guardia della seconda. La colonna sonora sarà lo scorrere del Sentino, a cui guardare sospesi dal piazzale a picco. E il fondale saranno le bianche falesie gemelle della gola. Il vero nome è “grotte di Frasassi”. Ma detto così viene da pensare a stalattiti e stalagmiti degli spettacolari antri carsici, scoperti nel 1971. L’appropriazione di quel nome falsa la storia, molto più antica delle originali. Queste si aprono sul versante opposto delle gole a 1,5 km di distanza dall’ingresso delle più famose. Il nome fa riferimento alla chiesa di Santa Maria Infra Saxa, posta a guardia di una delle grotte, e a quella della Beata Vergine di Frasassi, collocata all’interno di un’altra. La prima chiesa pare la continuazione della roccia, la seconda sembra un’astronave incassata in una caverna. La più antica, del XII secolo, era un monastero di clausura delle Benedettine, la più recente fu realizzata dal Valadier nel 1828 per volere di Papa Leone XII, che omaggiava la terra natale.
Percorso. Il parco ha una superficie di oltre 10mila ettari. Si parcheggia nel piccolo centro di San Vittore Terme. La sua piazza si distingue per la veduta sull’abbazia di San Vittore alle Chiuse (XI secolo), collocata in un teatro di pareti montane. Luminoso esempio di architettura romanica, ospita al suo interno il Museo Archeospeleopaleontologico. Completano lo scenario il ponte romano sul Sentino e la torre medioevale di difesa. La pas-seggiata di tre km richiede 45 minuti e consente l’integrale visione della gola. Superata la Madonnina dei Rocciatori, all’altezza dell’ingresso alle grotte più famose, alzate la testa sulla parete opposta. La copia italica dello scoglio renano della Loreley ospita la grotta del mezzogiorno, croce e delizia dei freeclimbers. La salita al citato tempio del Valadier richiede altri 20 minuti. Potete tranquillamente arrivare con la macchina fin qui e percorrere solo quest’ultimo tratto. Risale al 1872 la prima esplorazione all’interno della sua grotta. I ricercatori rinvennero diversi reperti archeologici appartenenti a varie epoche. Straordinaria nel 2007 fu la scoperta della “Venere paleolitica”, realizzata su un frammento di stalattite di 8 centimetri. Ripresa l’auto, in un’ora si raggiunge il Furlo da questo versante.

IV tappa: La gola del Furlo

Fermignano, veduta della gola del Furlo

Tra Acqualagna e Fermignano. “Sorpresa splendida: la strada era accessibile solo a piedi o in bici. Prima eravamo relegati sui marciapiedi, ora si procede nel mezzo della strada. Sindaci tenetela chiusa!” Da alcuni mesi inviti del genere si sprecano su internet. A causa di una frana, il Comune di Fermignano ha prima disposto la chiusura completa della gola nel 2013, poi ha ripristinato l’accesso ai soli pedoni e ciclisti nel 2015. Quest’ultima ordinanza ha trasformato la gola in uno dei più straordinari luoghi di passeggio italiani. Il parziale blocco è all’interno del tratto tra il parco pubblico La Golena e la diga dell’Enel. Provenendo da sud, si esce alla prima indicazione per il Furlo, appena dopo Acqualagna. Guardando in alto, sulla parete sinistra, è possibile ancora cogliere i resti del profilo del duce. La Milizia Forestale lo costruì nel 1936 sul Monte Pietralata, attraverso muretti a secco, che perfezionavano in tal senso i caratteri originari della pietra. Fu parzialmente distrutto dopo la seconda guerra mondiale. Il Parco La Golena, dove si parcheggia, è un ameno balcone sul fiume. Diversi bar e ristoranti ne fanno un luogo ben servito, senza alterarne la gradevolezza. Tra salici e pioppi raggiungiamo il versante sul Candigliano, dove il letto si allarga e poi piega a sinistra. La vegetazione ripariale è tipica degli ecosistemi fluviali.

Percorso. Cento metri dopo il parco inizia il blocco stradale. L’intenso verde del fiume si lascia ammirare nella pace più assoluta. Come mai era capitato in passato. Camminiamo all’ombra del monte Pietralata, mentre gli occhi si alzano sulle pareti bianche del Paganuccio. Entrambi sfiorano i mille metri. La grotta del Grano compare sulla sinistra. Il nome del sito archeologico deriva dal ritrovamento di diversi cereali carbonizzati, risalenti al Medioevo. Raggiunto il “belvedere”, si può scendere fino a toccare il fiume. Le sostruzioni romane emergono dalle acque sulla sinistra. Dato il blocco del Pietralata verso l’Adriatico, la vecchia Flaminia si incuneava lungo le gole. La percorribilità era garantita da un terrazzamento, sopraelevato fino a 20 metri. Costruito in età augustea, nel 27 a.C., rappresenta ancora il basamento su cui si regge la strada attuale. Altro esempio dell’ingegneria romana è il vicino “chiavicotto”. Il condotto di scolo si vede scendendo dal ciglio della strada. In alto si nota anche l’incavo nella montagna da cui defluivano le acque. Dopo circa 3 km compaiono le due parallele gallerie. La più piccola, di fattura poco accurata, fu scavata come soluzione temporanea per il passaggio di un solo carro; la più grande fu aperta dall’imperatore Vespasiano nel 76 d. C. Risolse definitivamente il collegamento della Flaminia verso Fano.

V tappa: I balconi rinascimentali

Pieve del Colle (Urbania). Scendiamo a lato della vigna, lungo un sentiero delimitato. Basta seguire l’indicazione i “Balconi di Piero”, appena fuori l’ingresso dell’agriturismo. Lo spazio panoramico è 80 metri più sotto. Dinanzi a noi si apre la Piana di San Silvestro tra le colline di Farneta e San Lorenzo. Più che ondulati rilievi, sembrano distaccati formicai. Disposti a cuneo, chiudono la prospettiva nord-orientale verso Urbino. Guardi la natura che si estende ai tuoi piedi e poi l’opera riportata nei pannelli di supporto. Mostrano i Trionfi di Piero della Francesca, il più moderno dei pittori rinascimentali. Il raffronto lascia esterrefatti. Se escludiamo il piccolo lago, non più esistente, è come se quel paesaggio l’avesse dipinto un cartografo. Realizzato nel 1465 a Urbino ed oggi esposto alla Galleria degli Uffizi, l'olio su tavola riproduce Federico da Montefeltro e Battista Sforza su carri trionfali. Lo sfondo dell'altra parte del dittico, con il ritratto dei coniugi, corrisponderebbe a una veduta dalla vicina località Ca’ Mocetto. Il progetto Montefeltro Vedute Rinascimentali, delle Regioni Marche ed Emilia-Romagna, apre un nuovo suggestivo approccio al turismo culturale. 

Percorso. Usciamo dalla Flaminia ad Acqualagna, appena dopo la prima svolta per il Furlo. Dalla Provinciale Metaurense, tra Urbania e Urbino, saliamo per 5 km in direzione Pieve del Colle in un contorno collinare di elevato fascino. Parcheggiamo nell’omonimo agriturismo per godere il paesaggio dei Trionfi. In quella piana sembra che si sia svolta la battaglia del Metauro, vinta dai Romani contro i Cartaginesi nel 207 a. C. Per apprezzare il fiume si raggiunge Fermignano, appena 10 km a est. Parcheggiata l’auto in via Metauro, si scende verso il letto fluviale. La veduta sul ponte romano, sulla torre medioevale, sul doppio salto delle cascatelle è da cartolina. Nel borgo nacque Donato Bramante, gigante dell'architettura cinquecentesca. Altri 10 km ci portano a Urbino. Quando si raggiungono le sopra logge del Palazzo Ducale, la veduta sulle colline coperte di ippocastani, pini d'Aleppo e Roverelle, conferma l'integrità paesaggistica del luogo. Il Parco della Resistenza con la rocca di Albornoz apre ad una magnifica veduta sul centro storico. Non accontentatevi: altri 500 metri lungo via Bruno Buozzi e scendete la collina. Vedrete integralmente la straordinaria facciata dei Torricini, prima nascosta. È la stessa immagine che nel XVIII secolo dipinse Cristoforo Unterperger nell’abside del Duomo. “Città in forma di Palazzo”, la definiva Baldassarre Castiglione.

VI tappa: Panorami dalle rocche

Corinaldo. Alla torre dello scorticatore ti domandi quale livello di crudeltà avessero raggiunto gli abitanti di Corinaldo. Poi scopri che le torri cittadine furono assegnate, dopo il Medioevo, a persone bisognose. E parzialmente ti rasserena sapere che in quella risiedeva uno scorticatore di pecore. Visitare Corinaldo senza percorrere il chilometro delle mura, è come andare a Venezia scordandosi il Canal Grande. La comunità sembra vivere con esse un rapporto vivo e pulsante. Te ne accorgi, varcata Porta del Mercato, dinanzi alla stupenda scalinata della Piaggia. Il baricentrico pozzo della Polenta, è ricostruito da soli 35 anni. Lo vedi nella torre dello Sperone: il monumento ai Caduti è inserito nel suo grembo. Lo raffronti sui landroni, che girano sotto le abitazioni settecentesche, scimmiottati nei recenti terrazzini “da sbarco” di via Simonetti. Te lo fanno notare nella torre del Calcinaro, dove si maceravano le pelli, o in quella del Mangano, dove si soppressavano le stoffe. Lo scopri nel camminamento che inaspettatamente muore alla Porta del Mercato, e dall’ingresso opposto trovi l’avviso che la casa torre è sottoposta a sequestro giudiziario. Tutto ciò è così sorprendente da domandarti cosa ti attende dietro l’angolo: i panorami sulle colline arate. I piccoli appezzamenti rettangolari sono separati da ordinate file di querce. Due sono da non perdere: dalla torre delle Rotonda e dalla sommità di porta San Giovanni. Qui vi sostò a lungo il principe Carlo d’Inghilterra. Fuori da ogni protocollo reale, si attrezzò con tela e colori e si mise a dipingere il paesaggio marchigiano.

Percorsi. Il senese Francesco Di Giorgio Martini (1439-1501) è ricordato come architetto civile e militare. Dopo il Palazzo Comunale di Cagli, dove è ospitato un Museo della Via Flaminia (come a Cantiano), e il Palazzo Ducale di Urbino, dove successe al Laurana, incontriamo il suo genio nelle rocche di Mondavio, Corinaldo e Mondolfo. Quella di Gradara ha una storia più antica. Ogni percorso murario è diverso dall’altro. Ed ogni volta ci si sofferma a guardare le struggenti vedute sotto le pietre amaranto. Mondavio ruota intorno alla sua rocca roverasca, in comprensibile ammirazione e sudditanza estetica. Corinaldo è diretta espressione di porte e torrioni. Mondolfo ha duplici mura castellane, orfane della rocca demolita a cavallo del novecento. A Gradara il giro di ronda è così bello e unitario, sopra gli edifici, da sembrare uscito da un film di cappa e spada. A chi proviene in auto dalla SS3 suggeriamo di uscire a Fossombrone e seguire il nostro ordine di visita.


VII tappa: 
La vita nascosta dell’Esino

Jesi. La gallinella d’acqua nuota tranquilla senza accorgersi di essere ripresa come una star. Non resta che spostarsi per guardare le cannucce emergere dalla palude e un salice che si tuffa nelle acque. La stazione per il birdwatching è completamente rivestita da assi di legno beige. Panchine e bancone sono posti lungo tutto il versante che guarda il lago. Finestre filtrate da tendine verdi nascondono gli osservatori. “Si prega di parlare sottovoce” è scritto all’entrata. E poi una serie di altre severe istruzioni. La veduta si apre sulla vecchia cava di San Biagio, una profonda ferita del paesaggio, oggi risanata. Per secoli qui c’era un querceto. Vennero prima le motoseghe e portarono via tutto il legno disponibile. Toccò poi alle scavatrici che iniziarono a bucare la terra per estrarre ghiaia. Quando l’attività estrattiva si concluse, la natura riprese il sopravvento. La grande depressione scavata con le ruspe si era ricoperta d’acqua, formando un suggestivo laghetto di due ettari profondo quattro metri. E senza un’apparente ragione divenne il maggior sito marchigiano di nidificazione degli aironi. I rumori dell’edilizia oggi sono sostituiti dal frusciare del canneto, dal gracchiare delle rane, dalle melodie degli uccelli.

Percorso. “Nessun film, nessuna fotografia, per quanto belli, vi permetteranno di cogliere la vita nascosta nella natura fluviale”. Così scriveva Sergio Romagnoli, ispiratore della Riserva Naturale Ripa Bianca di Jesi. Fu ucciso in Africa nel 1994, mentre operava come volontario in un orfanotrofio. L’oasi WWF si costituì nel 1997 per favorire quella “esperienza diretta della visita umile e curiosa del fiume” teorizzata da Romagnoli. La riserva ha un'estensione di 319 ettari. I quattro ambienti proposti durante la visita sono: la zona rurale, con la coltivazione sostenibile che riprende le colture regionali; la garzaia, che copre il lago artificiale creato dalla precedente attività estrattiva; il Centro Natura, che ha sede presso il vecchio complesso colonico, dove sono le aule, i servizi, l’ufficio informazioni; infine l’area fluviale, costituita da pioppi e salici, isolotti e aree ghiaiose con vegetazione di arbusti. Un sentiero escursionistico di 1,5 km oltrepassa il fiume Esino attraverso un ponte galleggiante. Rimosso in autunno e ripristinato in primavera, consente di raggiungere i calanchi, circondati dal bosco ripariale. Quando abbiamo visitato la riserva, ci è stato detto che lo scorso inverno la piena prodotta dal regime torrentizio dell’Esino aveva divelto il ponte.

 
VIII tappa: San Bartolo, una falesia sul mare

Pesaro.  Baia Flaminia: il nome testimonia l'antico percorso fino a Rimini. L'insenatura lambisce la città di Rossini da ovest. La si incontra appena dopo il canale che porta in Adriatico il fiume Foglia. La sabbia è finissima e i fondali del mare bassi. Il San Bartolo si mostra sul versante sinistro e chiude morbidamente l’arenile. Ci si avvicina alla montagna. Di certo non ha le asperità del Conero. Dietro di noi si allontanano i disordinati palazzi del lungomare, sopra la testa compaiono gli arbusti del parco. Buchi di arenaria bianca si inseriscono a varie latitudini nel manto verde. Mazzi di ginestre infiocchettano la parete a picco. Si procede lungo la sottostante pietraia che degrada a mare. La bianca falesia si mostra dopo 500 metri di stretto sentiero costiero. Per proseguire ci si deve bagnare aggirando gli scogli. In tal caso il percorso può anche durare i 12 km del versante marino del San Bartolo.

Percorso. Costituito nel 1994, il parco occupa circa 1600 ettari tra Pesaro e Gabicce. Villa Caprile e l’Imperiale rappresentano le sue eccellenze artistiche. Santa Marina, Fiorenzuola di Focara e Casteldimezzo sono i deliziosi borghi che si incontrano lungo la strada. Gabicce Monte è la città romagnola che conquista un pezzo di altura. Consigliamo di raggiungere la sommità del monte per apprezzarne ulteriormente la natura paesaggistica. Ripresa l’auto in viale Varsavia, prospiciente la spiaggia di Baia Flaminia, si entra nella residenziale zona collinare e si sale prendendo la SP44. La prima sosta è nell’area panoramica nei pressi del ristorante Gibas. Il vicino sentiero pedonale attraversa il parco incuneandosi tra gli alberi per 800 metri. I cartelli informativi raccontano anche un pezzo di storia. Nell’agosto 1944 i nazisti creano la linea gotica contro l’avanzata alleata da sud. Dalle Alpi Apuane l’ultimo sistema di difesa nazista in Italia raggiunge le strategiche alture del San Bartolo. Kesserling contro Alexander: l’offensiva sulla linea gotica fu la più grande battaglia italiana della seconda guerra mondiale. Durò cinque mesi e i combattimenti toccarono ogni appezzamento e casolare qui intorno. La linea fu sfondata dagli Alleati il 6 gennaio 1945. La passeggiata rasenta oggi uno splendido vigneto terrazzato, fino a sbucare sulla Provinciale presso un nuovo belvedere, attrezzato ad area picnic. Una carrareccia scende dalle panchine per un bosco di conifere. Facendo attenzione alle caviglie si raggiunge in 20 minuti la spiaggia. Isolata dalle falesie che toccano il mare, si resta accovacciati a guardare il riflusso delle onde. La civiltà sembra infinitamente lontana.

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