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Valnerina, un itinerario tra borghi e giochi d'acqua

Valnerina, un itinerario tra borghi e giochi d'acqua
Scopri Vallo di Nera

Con la Valnerina proseguiamo il nostro viaggio nei «paesaggi più belli d’Italia».
Ogni itinerario su Borghi magazine è suddiviso in otto tappe ed è immaginato come una successione di quadri: come quadri di un’esposizione – per citare Mussorgsky – che ha per tema il paesaggio italiano, e quindi i caratteri rurali, le campagne, i panorami e i borghi di cui si compone. I paesaggi che vi presentiamo sono tutti «certificati»: il bollino l’hanno messo autorevoli fonti che abbiamo incrociato, e che comprendono i 51 patrimoni dell'Umanità dell’Unesco; i 2314 siti italiani di interesse comunitario; i 24 parchi nazionali del Ministero dell'Ambiente con le aree protette regionali; i 136 paesaggi rurali storici del Ministero dell'Agricoltura; i 250 Borghi più belli d'Italia.

“Vado bene per la Cascata delle Marmore?” Attoniti passeggeri motorizzati, sono soliti rivolgere questa domanda ai cittadini di Terni incontrati a passeggio. Apparentemente nulla assimila la città dell’acciaio a una delle più potenti immagini della forza degli elementi. Solo apparentemente. Ci sarà pur un motivo per cui, chi vuole ammirare il vertiginoso salto del Velino nel Nera, deve attraversare le acciaierie di viale Brin e la zona industriale di Papigno. E ovviamente c’è. Perché questo gioiello del paesaggio non è un’opera della natura, ma dell’ingegno umano. La Valnerina gira da millenni intorno all’acqua e agli interventi dell'uomo per governarla. Molti sanno degli antichi Romani, che per primi canalizzarono le acque, rovesciandole nella vallata. Pochi però conoscono gli antichi Siriani, che sconfissero il drago delle paludi, simbolo di Terni. Fuggiti dalle persecuzioni bizantine in Siria, trecento mistici trasferirono in Valnerina nel V secolo la cultura monastica orientale, fondando abbazie, eremi e monasteri. Alla meditazione affiancarono l’opera di bonifica, secondo quella “regola”  di lavoro e preghiera mutuata poi da San Benedetto. L’uccisione del drago da parte dei Santi siriani Felice e Mauro, scolpita sulla facciata dell’omonima chiesa di Sant’Anatolia di Narco, è la vittoria dell’uomo sul “fiume” (questo il significato di Nera in lingua italica). A raccontare l'epopea mistica di queste terre è la bellezza cromatica della scuola umbra del Cinquecento, con uno stile ancora medievale. Di molti autori si è perso il nome e il ricordo, ma troverete le loro opere in quasi ogni chiesa di ogni borgo arroccato. Nei paesaggi affrescati di queste acque irreggimentate, oggi si fa trekking nei boschi tra castelli e abbazie, canoa e rafting tra il lago di Piediluco e il Nera, mountain bike tra gole e altipiani e lungo la vecchia ferrovia Spoleto-Norcia, parapendio dalle vette appenniniche, arrampicata su carsiche rocce a picco. Per conoscere questo emozionante sistema paesaggistico, il nostro itinerario sarà controcorrente: dalla cascata risaliremo il Nera fino ai Sibillini. Benvenuti in Valnerina, mistica terra di acque. 

 

I tappa. La cascata delle Marmore. Terni.

La cascata delle Marmore - Terni

Una magnifica cattedrale gotica con tre guglie d’acqua di 165 metri e rosoni di zampilli. Se l’ingegneria idraulica vale l’ingegneria civile, si può descrivere così la visione da piazzale Byron. Considerata la più alta d’Europa, la cascata rappresenta probabilmente la maggiore opera idraulica e uno dei maggiori sistemi idroelettrici continentali. Tappa del Grand Tour italico fin dal Settecento, fu dipinta da grandi artisti come Corot, generando il movimento dei Plenaristi (dalla pittura en plein air). Il Comune di Terni ha dichiarato di volerla candidare a Patrimonio dell'Umanità Unesco. Dal console romano Curio Dentato nel 271 a. C, fino al Novecento, una storia bimillenaria ha segnato la lotta tra uomo e natura in queste terre: per bonificare le paludi, per scopi rurali, per la produzione elettrica. L’effetto sembra una canzone di Branduardi: il Nera che viene diviso a Triponzo, che alimenta il lago di Piediluco, che viene canalizzato nel Velino, che si tuffa nel corso principale del Nera, che bagna Terni, che diviene il maggior affluente del Tevere … Il fiume è alla base dello sviluppo industriale ed edilizio della seconda città dell'Umbria, piacevole e accogliente oltre le apparenze. Circa 8 km separano il suo Lungonera dai parcheggi della cascata. La strada che sale dall’ospedale ad un certo punto si divarica: il Belvedere inferiore o il Belvedere superiore. Seguite quest’ultimo, attraverso le indicazioni per Marmore. Il nome riporta ai millenari detriti calcarei del Velino che, rimossi dai Romani, avevano impaludato la valle. Sostiamo nella zona parco dei Campacci, dove inizia il percorso pedonale. Dei sei sentieri possibili, tutti consigliati, il numero 1 è quello diretto tra il Belvedere Superiore e l'Inferiore. Immette nel microcosmo della cascata, fin quasi dentro i flutti. Chi ama la musica pop vi può riconoscere gli scenari di Tears, l’ultimo successo di Gianna Nannini. La Specola, il loggiato fatto costruire nel 1781 da Papa Pio VI, è il primo spettacolare punto di approdo. Consente la veduta del primo salto, il più alto. A circa metà della discesa, con ulteriori vedute, si percorre il tunnel che porta al “balcone degli innamorati”: all'uscita, il secondo salto urla e bagna. Molto romantico, siamo nella città di San Valentino (ma copritevi!). Il terzo è piazzale Byron. Potete scendere ancora fino a toccare l'acqua del Nera, violata dal Velino. La cattedrale si innalza maestosa davanti a voi.

 

II tappa. Il lago di Piediluco. Terni.

Il lago Pediluco - Terni

Un giornalista l’ha definito il più bel lago svizzero, che la Svizzera non ha. E dal bel lungolago, l’ironica descrizione trova conforto. Tranne rare urbanizzazioni, l'irregolare perimetro lacustre di 17 km rifulge di boschi e campi arati. L'industrializzazione ternana qui non è arrivata. Riprendendo da Marmore la Statale 79, rasentiamo l’ultimo tratto del Velino. L’antico “cavo curiale” corre per 1,5 km fino alla diga che governa le acque della cascata. All’altezza della trattoria Teresa, sostiamo per uno sguardo dal ponte Catenaccio. Ad ovest il fiume si piega in una suggestiva ansa. Ad est si ha la prima panoramica sul lago. Siamo sopra il fosso di Leonessa, canale realizzato negli anni Venti dello scorso secolo, per potenziare la confluenza lacustre. Tornati indietro e ripresa l’auto, percorriamo 2,5 km, fino a girare per il ponte sul medio Nera. Questo canale artificiale, dopo aver distratto acque dal Nera, viene convogliato per 42 km sotto la dorsale appenninica. Riemerge 300 metri più a nord e termina nel lago, dove trova ospitalità la rara specie della trota fario. Capiente è il parcheggio del campo sportivo, a pelo di lago il successivo del cimitero. Fino al paese la strada è ombreggiata da pioppi, cipressi e platani. Colorano il percorso numerosi orti affacciati sulle acque. Dopo Piazza della Resistenza, si incontra il trecentesco santuario di San Francesco. Valorizzato dall'armoniosa scalinata, custodisce una reliquia del Santo. Sulla superiore Via Panoramica merita la visita anche la chiesa di Santa Maria del Colle. La discesa al lungolago porta fino al centro remiero, in cui si è spesso allenata la nazionale di canottaggio. Svetta davanti a noi la tipica forma conica del Monte Caperno, dalle cui pendici si ha un famoso eco. Imboccata la salita di Viale Noceta, ci si inerpica per Via del Lago fino alla cima del Monte Luco. Meritano una passeggiata di 30 minuti gli imponenti resti della rocca albornoziana. Dalle finestre diroccate, suggestiva è la veduta sul perimetro lacustre, sul Terminillo e su Labro. Castello di pendio, è il più bello sconfinamento nel Lazio che possiate immaginare. Usciti da Piediluco, fatevi questo regalo di vicoli, mura e torri panoramiche. Il ritorno al parcheggio dello stadio è consigliato lungo il sentiero agreste, appena fuori la rocca: una scalinata nel bosco ve ne mostra l’avvio. Rilassante discesa naturalistica, regala indimenticabili vedute.

 

III tappa. L’anfiteatro di Monte Sant’Angelo. Tra Arrone e Ferentillo.

L'anfiteatro di Monte Sant'Angelo

Scendendo dal territorio del Velino in quello del Nera, la valle si allarga in un affascinante pianoro. La migliore visione dell'anfiteatro naturale si ha dal borgo di Montefranco, uscendo da Porta Spoletina. Il Monte Sant’Angelo, detto scoglio di mezzogiorno per la rocciosa sommità, è l’imperioso fondale. Sentinelle della gola, che sta per stringere il corso del fiume, le contrapposte rocche di Ferentillo. Da Piediluco, i panoramici tornanti della Strada Provinciale 4 planano, dopo 15 km, ad Arrone. Vedrete spuntare la torre con l'orologio dalla sua argentea parete. Aggirando la roccia, il borgo svela il compatto assetto urbano. Roccia e rocca, a picco sulla valle, colpirono anche Vincenzo Tamagni, allievo del Sodoma, che le affrescò con Giovanni da Spoleto nel transetto di Santa Maria Assunta nel 1516. Si può ancora apprezzare quel castello medievale tra archi, vicoli e contrafforti, salendo al quartiere Terra. Riprendiamo l’auto fino alla rotatoria che incrocia la Regionale 209. Come attratti dallo scoglio, procediamo per 5 km a nord. Le splendide rocche di Matterella e Precetto si delineano progressivamente. Non vigilano su quello che vediamo: i due separati nuclei urbani di Ferentillo. Sono invece l'indizio di quanto ci attende: l’abbazia benedettina di San Pietro in Valle.  Dopo una sosta per ammirare la chiesa di Santa Maria con la pala di Jacopo Siculo e quella di Santo Stefano con il museo delle mummie, procediamo per l’abbazia. Troviamo il segnale di accesso 3 km dopo Ferentillo. Consigliamo però di raggiungerla a piedi, dalla successiva frazione di Macenano. Via dell'Abbazia apre alla visione sul manto boscoso che scende al Nera e sale al castello abbandonato di Umbriano. Sopra di noi il monte Solenne è legato agli antichi romitori. L'abbazia si mostra in affascinanti forme romaniche dopo 900 metri. Prima tempio romano, poi eremo dei Siriani, fu ingrandita nel 720 da Faroaldo II duca di Spoleto, per custodire le tombe dei Santi Lazzaro e Giovanni. Il duca longobardo vi si fece monaco e fu qui seppellito come i successori, deposti in sarcofagi romani visibili nella chiesa abbaziale. Incantevoli gli affreschi di scuola umbra e i simboli mistici scolpiti nell'unica navata. Il saccheggio dei Saraceni, intorno al 900, spinse il ducato a creare intorno all’abbazia un sistema difensivo, con Umbriano e le rocche. Il complesso ospita anche un ristorante e un albergo di charme.

 

IV tappa. Gli altipiani del ferro e del farro. Da Scheggino a Monteleone di Spoleto.

I locali chiamano “muraglie” del Monte Civitella e “balze” del Monte Coscierno gli  strapiombi di verde e roccia che cingono la Val Casana. Dal piano delle Melette la visione resta impressa. Eppure alla convergenza dei crinali si estendono i riposanti altipiani di Gavelli e Monteleone di Spoleto. Meritate oasi dopo le asperità montane, oggi sono celebri per il farro, e ieri lo erano per il ferro. Ricordate le acciaierie di Terni? A 8 km da Macenano, la singolare natura “acquatica” di Scheggino vale una sosta. Attraversiamo il ponte sul Nera: l'antico cassero veglia ancora sulla strategica posizione. Intorno alla torre con l’orologio, un arco di vicoli si dipana dal portico duecentesco della chiesa di San Nicola. Porta Val Casana apre alla “fiumarella”, giardino fluviale tra lecci, roverelle, pini di Aleppo. Alimentato da sorgenti montane, l’ameno viale continua per 3 km sulla vecchia via del ferro, fino al citato piano delle Melette. L'inquietante monte Coscierno lo raggiungiamo in auto. La strada 209 Valnerina termina sulla strada statale 685 delle Tre Valli Umbre. Svoltiamo subito per Sant’Anatolia di Narco fino al paesino di Caso. La Natività dipinta dallo Spagna, nella splendida Santa Maria delle Grazie, mostra le aspre cime da affrontare. Santa Cristina, suggestiva chiesa nel bosco, stimola due passi tra gli alberi. La Provinciale 471 rasenta il monte, inciso da lunghi canaloni, fino ai 1150 metri di Gavelli. Ancor più belli gli affreschi dello Spagna nella chiesa di San Michele Arcangelo. I “piani” iniziano dopo la frazione. L’unico laghetto montano dell’Umbria si incontra a un km di distanza, fuori la Provinciale. Fitta è la rete di tracciati per escursioni. Quando la strada confluisce nella 471 da Poggiodomo, i campi del farro Dop di Monteleone di Spoleto si svelano come un dono. Il bacino del fiume Corno, tra cavalli e mucche al pascolo, apre al comune più alto dell’Umbria (978 metri). Da fotografare più volte alla ricerca della miglior veduta, il paese è di una bellezza unica. Nel museo di San Francesco si visita la copia di una biga etrusca, finita al Metropolitan di New York. Scendendo a Ruscio, la località Ferriera simboleggia un'epoca. Conosciute dall’antichità, le miniere furono riaperte dallo Stato Pontificio nel 1641.

 

V tappa. La valle del Corno. Da Monteleone di Spoleto a Cascia.

La Valle del Corno - Da Monteleone di Spoleto a Cascia

Chi ha visto le Meteore in Grecia, non potrà dimenticare quei coni rocciosi e quelle ardite architetture. Il Sacro Scoglio di Santa Rita produce un'emozione simile. La vertiginosa piramide naturale si innalza per 120 metri all’interno della forra di Roccaporena. Il sentiero a elica sale da questa frazione di Cascia fino a  827 metri d’altitudine. Nella cappella, costruita sulla rupe, emerge dal pavimento la roccia sulla quale si dice che la Santa sostasse a pregare. Ogni luogo qui la ricorda: dal santuario fino alla sua casa natale. Da Monteleone di Spoleto, il percorso di 15 km attraversa una natura quasi immacolata, con rare abitazioni. La boscaglia avvolge il corso stradale che accompagna il fiume Corno, prima che si incunei verso la forra. Quando se ne discosta, gli occhi si riposano su un altro splendido altopiano: quello di Ocosce. La svolta a sinistra per il villaggio permette di vederlo in un unico abbraccio. Una facile passeggiata ad anello, di due ore per 5 km, fa apprezzare il carattere agricolo del territorio, tra viti maritate, mandorli e aceri campestri. Qui si dice abitassero le prime popolazioni italiche e numerosi sono stati i ritrovamenti preistorici, forse forieri di un prossimo parco archeologico. Procedendo in senso antiorario, dalla località Casale Castellano incomparabile è la vista sul Sacro Scoglio. Ripresa l’auto, si ridiscende per la strada asfaltata, recuperando la Regionale fino a Cascia. La bella cittadina medioevale è adagiata proprio sulla confluenza dell’altopiano. Molto più dell’opulenta Norcia, Cascia ha i segni del turismo religioso. L’Ora et Labora di San Benedetto qui si confronta con le privazioni di Santa Rita. Anche se con zafferano, roveja e formaggi, a Cascia non si scherza. Il parcheggio di San Francesco consente di salire all'omonima chiesa gotica e al centro storico. L’inevitabile visita alla Basilica, completata nel 1947, suggestiona anche per gli affreschi in stile neo-bizantino di calda semplicità. Ripresa l’auto per Roccaporena, la strada si incunea per 6 km tra il versante settentrionale dell’altopiano di Ocosce e il Colle Giacone. Questa montagna sacra che emerge all'improvviso, perpetua all’infinito la potenza mistica del luogo.


VI tappa. La gola dell’Alto Nera. Da Vallo di Nera a Preci.

La stretta del Biselli - La gola dell'Alto Nera - Da Vallo di Nera a Preci

Dalla Tre Valli il bivio per Norcia tocca la stretta di Biselli, gola spettacolare anche per il rafting. Una strada in disuso la raggiunge dietro due omonime gallerie stradali. Dopo Cerreto, Triponzo guarda la confluenza del Corno nel Nera. Un'altra strada interrotta, opposta alla torre di vedetta, porta alla “Balza tagliata”, gola con anfratto, inciso nell'antichità, per consentire il passaggio sopra il fiume. Una targa sulla roccia ricorda i 16 lavoratori morti nel 1902 per costruire il tunnel di captazione delle acque del Nera  fino a Piediluco. 

Lu Cugnuntu, puro dialetto umbro, è forse il segreto più celato della Valnerina. Paolo Masciotti, vicesindaco di Preci, lo definisce “un canyon  uscito da un film di Indiana Jones”. Due vertiginose pareti rocciose, strette da togliere il fiato; una cascata di 20 metri, dallo scroscio assordante; un torrente da guadare più volte, tra muschi e licheni: se di gole dobbiamo parlare, questa ne è la quintessenza. Da Cascia si recupera la Tre Valli Umbre in 35 km. L’indicazione dalla strada è improvvisa: Vallo di Nera. L’ingresso in una rigogliosa radura, apre alla visione del nido d'aquila. Pochi tornanti consentono di raggiungerlo. Le fortificazioni del XIII secolo sembrano oggi difenderlo dalla fitta selva circostante. Vicoli ombrosi e piazze senza tempo portano all'incontro con Santa Maria Assunta, chiesa museo dove ammirare gli affreschi di Cola di Pietro da Camerino e del Maestro di Eggi. Il rientro sulla Tre Valli ci consente di raggiungere Cerreto di Spoleto. La verticalità del colle su cui è appollaiato, ha il sapore del monito: nelle gole appenniniche il sole non batte a lungo. Il campanile di San Paterniano spunta a mezza costa da un ripiano roccioso. La svolta per salire all’accogliente piazza Pontano è prima di una galleria. Spartiacque tra due sistemi vallivi, opposti belvedere ne caratterizzano il perimetro. A oriente osserviamo il Nera scendere dai Sibillini. I quasi 2500 metri delle cime Redentore e Vettore si trovano a 30 km e sembrano a un passo. A occidente le colline subappenniniche isolano la valle dell'affluente Vigi fino a Sellano, rinomato per le acque minerali e per un ridente laghetto. Riprendiamo la Tre Valli in direzione Visso, alla scoperta della cascata. Dopo 6 km svoltiamo per San Lazzaro, antico lebbrosario. Si parcheggia dopo 600 metri in un trivio di sterrate. Avviatevi per la prima a destra. Presto spunterà il ruscello tra i boschi. Lu Cugnuntu, distante 800 metri, è per spiriti avventurosi. Ripresa l'auto giriamo al bivio per Preci. Dalle pendici a picco sul Nera, in Val Castoriana il paesaggio si ammorbidisce, tra prati e pioppi che isolano l’affluente Campiano. Il borgo ti accoglie con i suoi cinquecenteschi palazzi intonacati. Da visitare il museo della Scuola chirurgica preciana. Preci fa pensare a preghiere e richiama il gioiello della valle: l’abbazia benedettina di Sant’Eutizio. Posta tre km più avanti, la sua visita vale il viaggio.

  

VII tappa. Le marcite di Santa Scolastica. Norcia.

Le marcite di Santa Scolastica. Norcia.

Seduti sulla panchina, davanti al vecchio mulino Cecconi, il fluttuare dei pensieri rallenta. Il continuo rumore delle acque che scorrono nei canali di derivazione, crea un'atmosfera new age. La mente riposa osservando la chiusa del bacino di raccolta e i ponti che attraversano gli appezzamenti. Anche qui le abbondanti sorgenti carsiche, provenienti dai Sibillini, hanno costituito per secoli una palude. I monaci benedettini bonificarono il piano di Santa Scolastica imitando i cistercensi lombardi: un sistema di canalizzazione convogliava le acque in torrenti, permettendo, quando necessario, di esondare sui prati. Quel millenario processo diviene qui il museo a cielo aperto di una straordinaria epopea di civilizzazione agricola. Le marcite sono prati stabili, resi perennemente irrigui dall’opera dell’uomo. Si differenziano dalle comune coltivazioni a foraggio in quanto l’erba cresce anche nel periodo invernale ed è tagliata 3-4 volte più dell’ordinario. Il termine indica l’usanza dei contadini di lasciare l’ultimo raccolto annuale di fieno a marcire sui campi, favorendo l’arricchimento di sostanze organiche. Nella penisola italiana sono l’unico esempio del genere, rispetto alle note marcite padane. La costante presenza idrica e l’abbondanza di messi favorì, sin dal XIII-XIV secolo, la nascita di mulini per la produzione di farina che servivano il territorio di Norcia. Poste nell’area nordorientale di Norcia, un facile cammino ad anello, di circa 3 km per 45 minuti, ne fa percepire l'integrità. Da piazza San Benedetto, una delle più belle d'Italia, si raggiunge Porta Ascolana. La statua del Santo pare indicare la strada. Scendendo per via Meggiana sul “piano”, basta piegare costantemente a destra, in un ampio semicerchio. Superata la chiesa della Madonna di Cascia, si apprezza un ecosistema  di vegetazione ripariale, filari di pioppi, cipressi e salici. Alzando le sguardo, emergono le mura “nursine” tra porte, torri e campanili. I cartelli pluristellati C.E. certificano il valore europeo del sito rurale. I mulini ad acqua caratterizzano il paesaggio. Le marcite occupano un’area di circa 65 ettari e sono organizzate in piccoli appezzamenti detti “cortinelle”. Le paratoie lignee dei canali artificiali regolano l'irrigazione della superficie erbosa. Il percorso si completa davanti ai ruderi del mulino Amici. Da qui si sale al parcheggio di Porta Romana e si rientra a Norcia.

 

VIII tappa. Il Piano Grande di Castelluccio. Norcia.

Il Piano Grande di Castelluccio

Dopo l'ultima curva il panorama colpisce come una frustata. La sensazione di essere entrati in un immenso stadio di calcio, lungo 5 km e largo uno, scolpisce la memoria. Sullo sfondo della “curva” opposta, si adagia il borgo di Castelluccio in impressionante solitudine. La “gradinata” ovest è alta i 2476 metri del Monte Vettore. In mezzo, rari alberi spariscono tra i prati che si allargano a perdita d’occhio. Siamo di fronte a uno dei più belli altipiani del mondo. Da Porta Ascolana, la città apre alla sua zona industriale, fino alla svolta stradale per Castelluccio. Durante i 20 km del percorso in auto viene da pensare al messaggio di San Francesco e a quello di San Benedetto. La spiritualità francescana si nutre di contemplazione del creato. Non intacca il paesaggio e prende solo ciò che la natura regala. La regola benedettina “prega e lavora” invita a rendere la terra produttiva, modificando la natura con rispetto. L'ascesa fino ai 1350 metri del Piano Grande, è caratterizzata dai paletti altimetrici e case in legno che danno una sensazione di altrove, rispetto all'Umbria ordinaria. Arrivati in cima, la strada invita a “entrare in campo”. Fatelo: il percorso fino a Castelluccio, tra i campi delle note lenticchie Dop, fa bene alla salute. Non però in inverno, quando la temperatura supera spesso i 20 gradi sotto lo zero. Il borgo, collocato a 1452 m. d’altitudine, è tra i più alti degli Appennini. Da visitare la chiesa di Santa Maria Assunta con affreschi di Carmine e Fabio Angelucci. Con il Pian Perduto, il Pian Piccolo e il Valle San Lorenzo, il Piano Grande rappresenta il più esteso bacino carsico d’Italia dopo il Fucino, con una superficie di 20 km quadrati. L'integrità del paesaggio ci riporta al 1346, quando fu operata la principale ripartizione dei terreni e Castelluccio, presidio dei pascoli, esisteva già da un secolo. Nonostante la crisi dell’allevamento, che ha determinato lo spopolamento dell’area, molti pastori continuano a praticare la transumanza. Ogni anno, tra maggio e luglio, i campi si arricchiscono degli straordinari colori della fioritura. Siamo nel Parco nazionale dei Monti Sibillini, la più importante area protetta dell’Umbria. Chi ama il trekking potrà cogliere in cima al Vettore la bellezza dei laghi di Pilato. Ma questa è un'altra storia. Laggiù ci sono le Marche, ovvero la prossima puntata del nostro viaggio nei Paesaggi più Belli d'Italia.

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