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La leggenda della Principessa Gavina e la nascita del borgo di Gavi

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Questa è una storia della quale non ci sono documenti scritti ma molti, fin troppi, riferimenti storici a persone e fatti realmente accaduti. A cominciare dalle origini della bella Gavina (o Gavia), ovvero figlia del re Merovingio, Clodomiro. In realtà Clodomiro ebbe tre figli, Teobaldo, Guntari e Clodoaldo, e non vi è nessun documento che parla di una figlia ma questa poteva essere il frutto di una relazione illegittima, una “ius primae noctis”, o una adozione, data la bellezza e la grazia di quella bambina che, vuole la leggenda, sia stata la figlia prediletta del regnante, il quale si vantava del coraggio e della determinazione della giovane a scapito del carattere pavido e insicuro dei suoi figli. Infatti, alla morte del padre, i tre figli non seppero governare e il regno cadde nelle mani degli zii, Childeberto e Clotario. Per salvarsi, uno dei tre figli divenne frate, mentre gli altri due vennero "fatti sparire".

Ma concentriamodi sulla leggenda di Gavina e facciamo un breve passo indietro nella storia reale.
Clodomiro era figlio di Crodoveo I, fratello di Audofleda, moglie del re Teodorico, crudele e guerrafondaio regnante delle terre di Ravenna dopo aver vinto l'autoeletto Re, Odoacre, di quell'impero romano ormai in decadenza. Teodorico fu inviato in quelle terre dall'imperatore ostrogoto Zenone di Bisanzio.

Erano tempi agitati. Tempi dove per perdere il potere bastava un colpo di mano e una potente armata. Dove queste non erano garantite si ricorreva alle alleanze.
Fù proprio per questo motivo che Clodomiro fece modo di far entrare la bella Gavina nella corte di Teodorico, prima come damigella, e poi, lui sperava, come sposa di un suo discendente. Questo sposalizio avrebbe garantito una solida alleanza ma le cose non adarono così. È importante notare che durante quei giorni alla corte di Teodorico, Gavina si avvicinò molto alla figura della figlia del re, sua zia Amalasunta. Le due andavano molto d'accordo e condividevano il modo di vedere la vita.

Gavina, che era una ragazza non solo molto bella ma di forte personalità, non accettava i propositi del padre ed era innamorata di Philipe, un bel nobile decaduto che in quel tempo viveva nella corte di Clodomiro. Gavina aveva deciso che Philipe sarebbe stato l'uomo della sua vita e decise che l'unico modo per poter realizzare il suo sogno d'amore era la fuga.

Non era certo il denaro che mancava alla bella principessina, ma per sicurezza ne prese dell'altro dagli scrigni di famiglia e, corrotto uno stalliere, mise in pratica il suo piano. Una sera, all'insaputa di tutti, scappò con l'amato Philipe. Lasciato il castello d'Orlèans, con una piccola carovana che trasportava gli oggetti a lei più cari, i vestiti e il cospiquo tesoro, i due oltrepassarono le alpi in direzione delle coste del Mediterraneo ma arrivati in Val Lemme, Gavina rimase affascinata da quel luogo collinare così dolce e particolare.

Vi era un'altura che dominava un paesello senza nome e su questa c'erano delle mura di un'antica base romana. Gavina capì che non ci sarebbe voluto molto per rendere quel posto la sua nuova dimora. L'altura aveva una sorgente e il terreno era fertile. Gavina si prendeva cura della nuova casa, aggraziandola e migliorandola, e teneva le relazioni con la popolazione del paesello per il quale lei nutriva affetto, tanto da definirlo “mon cherie”. Forse fù questo simpatico nomignolo che diede poi il nome alla parte centrale borgo di Gavi, “Monserito”.

Col tempo l'attrazione tra Gavina e Philipe andò scemando e il nobile rivelò la sua scarsa personalità passando le sue giornate nelle bettole del borgo, dove non solo raccontava la sua storia mettendo in bella vista le sue monete, ma accettando la compagnia di donne di malaffare. Fù proprio dalle voci del popolo nate in queste bettole, che passavano di bocca in bocca, sempre più arricchite di particolari veri e non, che la notizia della nuova dimora di Gavina arrivò alle orecchie dei cavalieri di Re Clodomiro che erano da tempo alla ricerca della principessa.

Per paura della punizione del Re, saputo della presenza dei cavalieri, Philipe rubò quanto più avrebbe potuto alla partner e scappò facendo perdere le sue tracce.

Questo non importava a Gavina, era ben più preoccupata del fatto di essere stata scoperta e si preparava all'ira del padre.

Scomparso Philipe, Gavina aveva ripreso a frequentare la zia Amalasunta, la quale anch'essa era rimasta sola dopo la morte dello sposo Eutarico. Le due donne, entrambe senza uomo, condividevano, a detta della leggenda, non solo amicizia e punti di vista.

Fù proprio grazie alle richieste di Amalasunta, che Teodorico chiese a Clodomiro di perdonare la figlia, il quale accettò e le permise di rimanere in terra italiaca. Forse Todorico aveva anche ben altri scopi nel voler Gavina a capo di quel luogo. Infatti la posizione del paesello rappresentava uno strategico crocevia di scambi commerciali, e affidare a una persona di provata amicizia un castello ben fortificato avrebbe garantito non solo i suoi frutti ma anche una buona difesa da eventuali attacchi da nord-ovest. Sembrerebbe infatti che il re ostrogoto aiutò Gavina a costruire il castello e la possente cinta muraria attorno al paesello. La presenza di una donna a capo del feudo la si può anche notare nella grazia di alcuni dettagli architettonici delle costruzioni fortificate e nella rete urbanistica del luogo che aveva un non so chè di femminile ed un gusto quasi provenzale.

Dopo la morte di Teodorico, il regno ostrogoto passò nelle mani del giovanissimo figlio di Amalasunta, Atalarico, il quale morì molto giovane. Pur non potendo sedere sul trono in quanto donna, Amalasunta decise di farvi sedere a suo fianco il cugino Teodato, creduto da tutti come il suo nuovo marito. Teodato era invece già sposato ma accettò l'incarico non per dovere nobile ma per sue mire personali. Con l'inganno fece imprigionare Amalasunta che poi fece strangolare.

Gavina, addolorata della morte dell'amica protettrice, regnò a lungo sul suo feudo senza la necessità o il desiderio di una figura maschile, portandovi un periodo di prosperità e di pace.

Non vi sono dettagli sulla morte della principessa Gavina, ne scritti che intrecciano la sua vita ai vari personaggi storici di questa vicenda. C'è invece un particolare sull'ara in pietra nell'androne del castello, luogo dove sembra essere sepolta Gavina. Su questa struttura si possono notare i simboli delle tre potenze che hanno poi regnato sul borgo di Gavi: lo stemma dei Guasco di Alessandria, il biscione dei Visconti di Milano e la croce di San Giorgio, della Repubblica Genovese. Che questi simboli siano lì a rendere omaggio alla misteriosa principessa che, con la sua forza e determinazione, diede origine a questo borgo?

Foto dal Consorzio Tutela del Gavi su Instagram

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