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La leggenda dell’amore tra Cristalda e Pizzomunno

La leggenda dell’amore tra Cristalda e Pizzomunno
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Siamo a Vieste, splendido borgo della costa pugliese, dove il mare cristallino bacia la sabbia delle spiagge e i caldi colori del tramonto magicamente trasformano questa terra, rendendola il luogo ideale per una struggente storia d’amore. Camminando lungo la costa, magari mano nella mano con la persona amata, non possiamo che rimanere ulteriormente affascinati dall’imponente monolito bianco noto con il nome di Pizzomunno.

Alto 25 metri, il faraglione di Pizzomunno, si staglia sulla costa, orgoglioso e potente, una presenza nelle notti scure, sulla quale si riflettono i raggi lunari, quasi fosse abitato da un’anima luminescente, un fantasma intrappolato ed impetuoso ma allo stesso tempo impotente, immobile, disperato.

C’è chi dice che a volte il monolito scompaia inspiegabilmente. C’è chi si convince, navigando di notte e non trovandoselo a portata di occhi di essere finito altrove e non di fronte a Vieste, pur conoscendo la costa a menadito. Un fatto misterioso, che potrebbe invece avere una spiegazione al suo essere o non essere… lì.

Nell'antichità la popolazione di Vieste era per lo più composta da pescatori, i quali vivevano in capanne al limitare del mare per facilitare il trasporto del pescato dalle loro barche. Tra questi pescatori, spiccava per la sua forza, bellezza e vigore, il giovane Pizzomunno. Tutte le ragazze del villaggio non avevano occhi e attenzioni che per lui.

Alto, affascinante, di buon animo, non si faceva irretire dal corteggiamento delle sue coetanee. Il suo cuore era solo per il mare, che solcava ogni giorno con la sua barca, e per Cristalda, la più bella del villaggio: i capelli biondi come il sole, la pelle color delle rose e gli occhi del colore del mare.

Anche il cuore della fanciulla era solo per lui. Un sentimento in tutto e per tutto contraccambiato, puro. I due si vedevano stringersi e amoreggiare in riva al mare tutte le sere. Quando Pizzomunno rientrava con la sua barca la giovane era già li ad aspettarlo.

Un amore indissolubile che suscitava invidia nelle ragazze del villaggio… e non solo.

Durante le sue battute di pesca, infatti, Pizzomunno doveva affrontare ben altri pericoli oltre alla forza del mare e i suoi flutti capricciosi. Ogni giorno, ammaliate dalla sua bellezza, un gruppo di sirene cercava di irretire Pizzomunno con i loro canti, promettendogli di diventare sue serve, di donargli la vita eterna, di farne il re del loro magico regno. Ma l’amore che legava il giovane a Cristalda era così forte da resistere ai tranelli delle sirene e tornare sempre casa sano e salvo. La sua passione per la fanciulla era così potente da rendere vani gli sforzi di quelle incantatrici, rendendolo sordo al loro canto ammaliatore, cieco e indifferente alla bellezza dei loro corpi nudi, che generosamente gli mostravano tra le onde, per adularlo, provocarlo, prenderlo per sempre. Alle loro tentazioni Pizzomunno rispondeva che il suo amore per Cristalda non poteva finire, nemmeno dopo la loro morte.

Quando se ne stava seduto sulla spiaggia abbracciato a Cristalda, guardando verso il mare durante le calme notti d’estate, al solo sentire il canto delle sirene in lontanaza, Pizzomunno rideva, le compativa. Ma l’ira di una sirena non si può compatire, si può solo temere.

Rifiutate, sentendo che il presuntuoso Pizzomunno vanificava sempre i loro sforzi per irretirlo, le sirene decisero che il suo affronto, e quell'amore così puro, andava punito. Risolute sdegnose, dopo essersi consultate escogitarono una terribile vendetta per porre per sempre fine all'amore tra i due amanti.

Una notte che sembrava come tutte le altre i due innamorati se ne stavano abbracciati in riva al mare a guardare le stelle, ignari del pericolo che di lì a poco si sarebbe abbattuto su di loro. Le sirene si avvicinarono ai due amanti e, con un guizzo, strapparono con forza la bella Cristalda dalle braccia di lui, incatenandola e trascinandola con loro in fondo al mare.

Invano Pizzomunno si lanciò all'inseguimento delle sirene, ma la preoccupazione e la stanchezza a poco a poco prosciugarono la sua forza. La disperazione per aver perso Cristalda lo assalì e alla fine si pietrificò... bloccato, inanimato... trasformandosi per sempre in quell'imponente faraglione davanti alla spiaggia di Vieste. Alla vista dell'amato in un enorme roccia immobile, Cristalda incatenata e straziata, si mise a piangere e c’è chi dice che si trasformò in un corallo rosa, dalla cui cima uscivano lacrime e lamenti.

L'improvvisa trasformazione del giovane e il pianto disperato di Cristalda colpì profondamente le sirene, che si resero conto del dolore che avevano provocato e s'impietosirono di fronte alla forza di un simile amore. Nonostante fossero riuscite a separarli, ogni cosa in quella spiaggia era intriso di quella forza, dal mare alla spiaggia tutto continuava a parlare di loro. Così le sirene concessero loro di potersi riabbracciare di nuovo, ma soltanto per una notte, ogni cento anni.

Da allora ogni cento anni, e per una notte soltanto, Pizzomunno ritorna umano e Cristalda riemerge dagli abissi del mare, in modo da potersi riabbracciare ed amarsi sulla loro amata spiaggia. 

Se passando da quella spiaggia nella notte del 15 agosto (dicono) vi sembra che Pizzomunno non sia dove dovrebbe essere, allora vuol dire che è una notte d’amore, di compassione e di passione; una notte speciale in cui i due amanti ricongiunti si stringono, consapevoli che all'alba torneranno ad essere divisi per altri cento anni.

Questa leggenda, che verrà cantata da Max Gazzè durante la sessantottesima edizione del Festival di Sanremo, contiene una variante meno conosciuta. Si dice che Cristalda fosse anch’essa una sirena e che il suo amore, contraccambiato dal bel Pizzomunno, provocasse l’invidia e lo sdegno delle sorelle, le quali, ingelosite dalla fortuna del loro amore, trasformarono il giovane in una roccia, permettendo ai due di potersi ricongiungere solo per una notte ogni cento anni. Al faraglione di Pizzomunno è legata anche un’altra peculiarità: si dice che girando attorno al macigno ed esprimendo un desiderio, questo si avveri.

Questo racconto ci offre la possibilità di congratularci con Max Gazzè, suo fratello Francesco e il noto autore Francesco De Benedettis (coautori del testo del brano), ed apprezzare il loro tentativo di portare sul più famoso palco della canzone italiana una storia legata alla tradizione, all'amore, al territorio, ma sopratutto, ad un borgo.

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