Borghi magazine ~ Alla scoperta dei tesori e delle eccellenze italiane

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Oia, tramonto infinito

Oia, tramonto infinito

Vista dalla baia di Ammoudi, Oia (si pronuncia «ía») sembra appoggiata in equilibrio instabile sull’orlo della «caldera», il cratere invaso dal mare nel II millennio a.C. a seguito di un'esplosione vulcanica. Gli stretti vicoli, affollati e chiassosi in estate, tornano in inverno all’abitudinario silenzio dei luoghi appartati. Per sfuggire alla folla ci siamo allontanati un po’ dal centro nascondendoci nella veranda di una taverna. Seduti a un tavolo del Roka Kafeneio Ouzeri, abbiamo preso la nostra dose di vento, mentre il giorno moriva sulla torta di zucchine fatta in casa con menta e finocchietto.

Verso Oia, Santorini diventa stretta al punto che si vedono entrambi i lati dell’isola. E se Fira, il capoluogo, è tutta bianca, Oia è colorata. Il bianco accecante della calce qui si sposa con l’ocra, l’arancione, l’azzurro, il rosa pallido dei muri. E nel paesaggio spuntano, oltre alle cupole azzurre delle chiese, i mulini a vento. Si arriva in cima alla scogliera su cui si trova il borgo, attraverso un paesaggio brullo di fichi d’India, oleandri, campi coltivati e piccoli arbusti. Le case di Oia, scavate nella lava, con le loro tinte pastello e calde comunicano allegria, come uno scoglio illuminato dal sole o il resistere al vento sul ponte di una nave. In alcune abitazioni le cornici di porte e finestre sono di travertino rosso; quando invece i dettagli sono azzurri o blu, imitano le sfumature del mare che tutto circonda.

Le stradine sono lastricate di marmo bianco. Il benessere arrivò a metà Ottocento, quando i marinai strinsero rapporti con il Levante mediterraneo, Alessandria d’Egitto e la Santa Russia. Si dice che la flotta di Oia avesse raggiunto le 130 unità. A dominare il mare dall’alto sono le case dei capitani di navi e pescherecci; la parte inferiore del borgo, verso la scogliera, appartiene invece ai marinai e ai mozzi, che nelle nicchie della roccia ricavavano abitazioni simili a grotte. Queste, negli anni, sono state trasformate in dimore per turisti. I soffitti a volta e i pavimenti in roccia levigata ne tradiscono, però, l’origine.

La chiesa di San Nicola, dedicata al protettore dei marinai, ha un fronte in pietra. Dal sagrato guardiamo il mare azzurro come gli occhi della civetta, l’animale preferito da Minerva. La dea «dagli occhi glauchi» era la dea della chiarezza, del ragionamento limpido, come limpidi appaiono oggi il cielo, il mare, il mondo intero dalla prospettiva di Oia. L’intuizione dionisiaca del dolore universale lascia spazio alla visione apollinea, alla calma e alla serenità di questo paesaggio dove tutto è perfetto: il mare infinito, il vento che mitiga il caldo, la pelle che respira svestita dell’inverno, la luce così intensa da regalare uno spossamento felice, cieco e sensuale. Passiamo davanti a una chiesetta degli anni Cinquanta in beige, azzurrino e rosa antico. Sappiamo di essere seduti su un vulcano. Il profilo della caldera è ben visibile dall’acqua. Domani andremo verso il villaggio di Imerovigli, in parte distrutto dall’ultima eruzione del 1956, per sfuggire alla confusione di gente che aspetta il tramonto. A Oia, si dice, il tramonto non ha eguali in tutte le Cicladi. Lo spettacolo, vogliamo godercelo da soli su una strada deserta.

ph. Ginevra Bacilieri

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